Nove proposte per tenere accese le stelle e spegnere il cinismo

Pubblicato il 10 febbraio 2016

Se non la smettiamo qui finisce molto male.

“In Italia è tutto uno schifo. I politici sono corrotti e sono la rovina del paese. C’è la crisi. Le tasse sono troppo pesanti. Non si può più stare sicuri a casa propria. E tutti questi immigrati che ci rubano il lavoro?”

E via così, con altre cento, mille lamentele. In una litania senza fine, giorno dopo giorno.

Nel nostro paese oggi regna la cultura della lagna. Se non sei cinico, disincantato, disilluso, sei out. Se non vedi che tutto è irrimediabilmente marcio, in te c’è qualcosa che non va.

Il nichilismo è sovrano.

Sapete cosa c’è?

Tutto questo sta distruggendo i nostri figli.

In terza media chiedo sempre: “Quali sono i vostri sogni?”. E da qualche anno vedo aumentare gli sguardi persi o peggio gli sguardi di commiserazione per la prof. che fa domande sceme. Ma quali sogni?

Ormai diminuiscono anche le risposte classiche: “Voglio fare il calciatore”.

Non hanno più il coraggio di sognare. “Non lo so, prof.: di sogni non ne ho”.

E chi ne ha, spesso li tiene nascosti, quasi se ne vergogna. Oppure ha paura che facendoli comparire alla luce del sole potrebbero essere disintegrati dalla nube tossica che aleggia sopra le nostre teste.

Gli sdraiati. Certo, li vedo anch’io, e cominciano a sdraiarsi sempre prima. Sono piallati dal nostro malumore continuo. L’assenza di speranze degli adulti, l’abitudine continua a vedere il brutto, il male ovunque li ha trasformati in vecchi raggrinziti.
A 13 anni sono cinici. O almeno troppi di loro lo sono.

Ecco cosa siamo riusciti a fare. Certo, ci siamo impegnati in molti modi, ma attribuisco una buona fetta di merito a questo spirito, a questo atteggiamento distruttivo verso il mondo dei loro modelli adulti.

E a me si accartoccia il cuore a vedere quegli occhi vuoti, quella fatica estrema a trovare le energie per agire in ragazzi che dovrebbero scoppiare di vitalità.

Quindi lancio un appello ai genitori e ai miei colleghi insegnanti soprattutto. Vi prego, basta cinismo, basta lamentele, basta negatività.

Vi imploro, smettiamola tutti quanti. Cambiamo gli occhiali attraverso cui vediamo la vita, altrimenti li perderemo: perderemo i nostri studenti, i nostri figli, il nostro futuro.

La scuola ha il dovere di far nascere curiosità, mostrare la bellezza di cui è ed è stato capace l’uomo, insegnare a ragionare, dare gli strumenti e la spinta per migliorare ciò che al mondo non funziona.

Quindi noi insegnanti abbiamo il dovere, qualunque sia la nostra opinione sulla 107, su Renzi, sul PNSD o su questa o quella riforma, di trasmettere entusiasmo e passione con il nostro esempio prima di tutto. Con il nostro modo di affrontare il lavoro, la quotidianità, con l’espressione con cui entriamo in classe ogni giorno. Loro ci guardano.

Siamo educatori, abbiamo il compito di costruire, di sostenere, di accompagnare. Diamo dunque spunti positivi. Diamo in mano ai ragazzi la possibilità di agire, facendo loro capire che ci crediamo, che siamo convinti che le cose possano cambiare.
Come possiamo farlo concretamente? Come già detto, prima di tutto con il nostro esempio, con il nostro modo di muoverci nella vita di fronte agli studenti, di fronte agli adolescenti e ai bambini.

Ma vediamo anche alcuni spunti legati alla didattica:

Attività anti cinismo

Attività anti-sdraiati

  1. Aumentiamo il coinvolgimento attivo degli studenti in classe con una didattica laboratoriale, in qualsiasi disciplina. Questo evita lo spegnimento di occhi e cervello e l’affossamento lento e progressivo verso la posizione orizzontale.Vi dissotterro per lo scopo un post e una presentazione che danno nello specifico idee per adottare un approccio laboratoriale alla didattica dell’italiano.
  2. Riduciamo il tempo in cui siamo noi a parlare. Lasciamo parlare gli studenti tra loro, con noi insegnanti in colloqui individuali e di piccolo gruppo e anche di fronte a tutta la classe, per illustrare un lavoro che hanno realizzato o esporre un’idea. In questo periodo, ad esempio, i miei ragazzi stanno conducendo quelle che noi chiamiamo “booktalk”, cioè presentazioni di libri che hanno appena letto e io sto dedicando molto tempo a condurre colloqui individuali di valutazione di fine quadrimestre a partire dall’analisi di due questionari, uno sulla scrittura e uno sulla lettura a cui gli studenti hanno risposto in anticipo.
  3. Aumentiamo la possibilità di scegliere dei nostri studenti, di far sentire la loro voce. Chiediamoci sempre: “In questa attività, in questo progetto, nel mio modo di fare lezione, come posso aumentare lo spazio di scelta dei miei studenti?”. Proponiamo attività e progetti in cui siano gli studenti a dover prendere decisioni, a proporre idee, a organizzare iniziative: molto efficace come misura anti-sdraiati è la didattica per progetti, il project based learning, perché richiede un coinvolgimento attivo, il lavoro di gruppo, la presa in carico di un progetto da parte di un team di lavoro formato da studenti. Qui due esempi di project based learning in classi di scuola media: uno ha come tema la gentilezza, l’altro l’orientamento. In entrambi i casi la possibilità di decidere per gli studenti e il loro coinvolgimento nel processo sono stati molto forti e in entrambi i casi vi era un aspetto educativo legato all’altruismo e al senso della comunità.
  4. Proponiamo attività con lo scopo di far nascere o sviluppare un senso di gratitudine per tutto ciò che abbiamo, per la bellezza che possiamo trovare in ogni vita. Perché la gratitudine, e lo dicono gli scienziati, è un antidoto potentissimo alla depressione e quindi a maggior ragione alla sdraiataggine. Vi propongo, sul tema della gratitudine, il racconto di una bellissima esperienza della stimata collega, Simona Martini. 
  5. Troviamo modi creativi per aumentare nei nostri studenti il senso di appartenenza ad una comunità. Offriamo spunti, creiamo occasioni a scuola perché possano, fin da piccoli, intervenire in modo concreto nella comunità e sul territorio per migliorarne un aspetto, per far loro sentire che possono “incidere”, lasciare un segno sul loro mondo. A proposito di questo, insieme ad alcuni colleghi della mia scuola, ho pensato di realizzare nel secondo quadrimestre questa attività di Guerilla Gardening e graffitismo -legali, sia ben chiaro-, chiamata “Mamma li vandali” Pur essendo solo una bozza, condivido la consegna per i ragazzi, molto in fieri.
  6. Coltiviamo il senso di altruismo in ogni modo possibile, prima di tutto favorendo in classe un clima di collaborazione, proponendo frequenti attività di peer tutoring o di gruppo, ma anche progetti che abbiano una ricaduta pratica, ad esempio in collaborazione con associazioni di volontariato del territorio. Credo infatti che il senso di isolamento, l’individualismo e l’egoismo sfrenato ed autoreferenziale della nostra società siano strettamente correlati alla famigerata malattia.
  7. Abituiamo i nostri studenti ad esprimersi, a dire la loro opinione, anche se non è sempre comoda per noi, anche se la loro voce a volte stride, è ipercritica, poco razionale. Insegniamo a esporre le loro opinioni in modo corretto ogni contesto, anche formale. Insegniamo ad usare la parola e la scrittura per condurre battaglie piccole e grandi, come in questo caso. L’anno scorso ho chiesto ai miei studenti di terza di dirmi cosa volevano cambiare della scuola e poi li ho invitati in consiglio di classe ad esporre le loro proposte. Diverse sono poi state messe in atto, con loro grande soddisfazione.
  8. Forniamo il più spesso possibile esempi e modelli positivi di uomini e donne della storia, della letteratura, della nostra città e chiediamo ai ragazzi di approfondire la loro conoscenza, come ha fatto la mia collega ed amica Anna Laghigna con un bellissimo progetto sugli eroi dei nostri tempi. Non dimentichiamo esempi di ragazzi e bambini coraggiosi o eccezionali che hanno fatto qualcosa di speciale, come quella che si vede in uno dei video suggeriti in questa attività intitolata “Cambiamo il mondo… a partire da noi!” 
  9. Facciamo leva su una delle armi più potenti che abbiamo nel nostro arsenale: la lettura. Se i nostri studenti diventano lettori appassionati a vita abbiamo una probabilità molto più alta di mantenerli con la schiena dritta, gli occhi luccicanti e la mente in movimento. E poi, se non leggono, dove possono scoprire del mondo che c’è, che c’era e che ci potrebbe essere? E allora questa deve diventare una priorità a scuola, più dell’Invalsi, più della grammatica. Iniziamo a dedicarci più tempo in classe, con la ferma intenzione di far entrare la lettura nel quotidiano dei nostri studenti. Facciamo sì che abbiano occasioni di scambiarsi libri, di presentare libri, di discutere di libri, di scrivere di ciò che leggono. E qui il discorso sarebbe lungo ma mi fermo, per ora, con un consiglio.di lettura adatto al contesto: i libri di Mario CalabresiCosa tiene accese le stelle” e “Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa. Storie di ragazzi che non hanno avuto paura di diventare grandi“. Sono un efficacissimo antidoto alla scomparsa della speranza nel futuro.

    Cosa tiene accese le stelle di Mario Calabresi

    Cosa tiene accese le stelle di Mario Calabresi

Perché poi i ragazzi sono ancora ragazzi e basta poco per accendere il loro spirito. Leggete infatti cos’ha scritto un mio studente di terza media dopo l’attività “Cambiamo il mondo… a partire da noi!”.

Il pensiero di uno studente dopo la lezione "Cambiare il mondo... a partire da noi"

Il pensiero di uno studente dopo la lezione “Cambiare il mondo… a partire da noi”

Il mio appello è che oggi ciascuno di noi si chieda: come posso aiutare i miei figli e i miei studenti a diventare selvaggi con la voglia di cambiare il mondo? Qual è la vostra idea per la proposta numero dieci? Vi passo la parola!

Cosa non abbiamo fatto nel primo mese di scuola

Pubblicato il 16 ottobre 2015

15 ottobre. Un mese esatto dall’inizio dell’anno. In sala insegnanti vedo colleghe che scartabellano, correggono e archiviano verifiche a tutto spiano. Nodo immediato alla bocca dello stomaco: ma come, noi non abbiamo ancora fatto un solo test nel corso del primo mese di scuola! Sono indietro col programma e non ho voti! Cosa penseranno i genitori?

Mi metto ad interrogarmi e giungo ad una conclusione. Sono molte le cose che nella mia prima media non abbiamo fatto, ma ciascuna di queste è frutto di una scelta maturata e ponderata. E’ il risultato di anni di studio e di riflessione sul senso profondo del mio mestiere. E mi va bene così, perché questa è la scuola che voglio costruire insieme ai miei studenti.

Primo mese di scuola: cosa non abbiamo fatto

In particolare non abbiamo fatto:

  • I test d’ingresso: c’è chi li propina già dal secondo/terzo giorno di scuola, così si mette subito in chiaro come stanno le cose. Dividiamo la classe in chi sa e chi non sa fin dall’inizio. Da parte mia non credo alle prove d’ingresso e non le propongo: mandano un messaggio che stride con il mio modo di vedere la scuola. Pensiamo ad una prima media: i ragazzi arrivano spaventati e disorientati perché nulla è loro familiare e noi, zac, test d’ingresso. Accoglienza molto rassicurante, soprattutto per chi sa di non sapere. Che si capisca subito: l’insegnante è colui che ti giudica, che ti valuta e se ti incute un po’ di timore, meglio. Già dalla prima settimana compariranno bollini sulla fronte di ciascuno: il bravo, il medio e lo scarsone. A mio parere questo non è utile al processo di apprendimento di nessuno e sono convinta che si possano raccogliere informazioni altrettanto e forse più preziose sui nostri studenti con altre modalità. E in effetti cosa ci dicono i test d’ingresso sugli stili di apprendimento, sulle competenze e sul modo di interagire dei nostri studenti tra loro?
  • Le verifiche: ancora nessun voto, nessuna verifica, ma scherziamo? Proprio l’altro giorno pensavo che mi sarebbe tanto piaciuto poter prolungare questo momento un po’ magico in cui gli studenti sono tutti sorridenti, entusiasti, curiosi di scoprire una scuola nuova, aperti a mille futuri possibili e in cui non si sentono ancora sotto esame o peggio, bollati con un numero. Se potessi eviterei del tutto i voti. Ma non si può e allora almeno aspetto un attimo. Voglio prima conoscerli, voglio essere molto attenta, voglio che capiscano cosa e come valuto. Voglio prima aver costruito una relazione con loro, in modo che diano il giusto peso ai numeri e un peso maggiore a ciò che stiamo facendo e imparando insieme.
  • I giochi di presentazione in cui si deve parlare di sé davanti a un gruppo di sconosciuti: ho letto diversi articoli e mi sono resa conto che forse l’idea di attività di accoglienza che abbiamo è da rivedere. Forse non è proprio il massimo, specialmente per chi è timido, dover parlare di sé davanti a 46 occhi che ti scrutano e nemmeno rivelare dal primo giorno le tue paure o i tuoi desideri. Quindi, via anche questi e spazio ad altro.
  • Capitoli su capitoli dei manuali di storia e geografia: certo, avrei potuto. Parlare e spiegare un capitolo di storia o geografia in una o due ore e assegnarlo da studiare non è una sfida per me e probabilmente per nessun docente, di lettere in particolare (proverbiale la nostra logorrea). Quando ancora ero una prof. treno e la mia voce era quella che si sentiva più delle altre nelle mie classi, alla fine della lezione io stessa mi davo un voto e quando andava bene dicevo tra me: “Oggi sei stata brava, particolarmente coinvolgente”. Ma guardavo i miei studenti e dentro sentivo un leggero disagio: i loro sguardi erano per 3/4 inespressivi, persi in altri pensieri. E nelle verifiche le insufficienze fioccavano. E allora mi sono detta: rallentare. Parlare meno. Dare più strategie e meno contenuti. Far lavorare loro, farli collaborare e supportarli. Risultato: il nostro manuale di storia è ancora intonso. E non è che questo non mi faccia agitare per niente, sia chiaro! La tentazione di accelerare per poter dire che sono già ai Longobardi è forte. Ma appunto: io sarei ai Longobardi. E i miei studenti?

Beh, ma allora cosa resta da fare a scuola?

Ecco come abbiamo trascorso le nostre dieci ore settimanali insieme.

  • Ci siamo immersi nella lettura e nella scrittura, fin dal primo giorno. Ho perseguito, applicando diverse strategie, il mio primo obiettivo: creare in classe una comunità di lettori e di scrittori che potrà esprimersi nel nostro laboratorio di lettura e scrittura.
  • Per la lettura: ho letto ad alta voce ai miei studenti libri illustrati (ebbene sì, anche alle medie) proiettando le immagini alla LIM grazie ad una docucamera. E: “Prof. ne ha altri come questi? Mi sono piaciuti un sacco!”. Ho letto per intero “La magica medicina” ad alta voce e l’umorismo travolgente di Dahl ha fatto scompisciare di risate e saltare sulla sedia i miei ragazzi. Gli occhi luccicavano e le menti volavano. Ho presentato, dopo averli letti, tanti libri che potranno leggere in futuro tramite quelle che chiamiamo Book-Talk di pochi minuti. Gli studenti hanno stilato una lista intitolata: “I prossimi libri che leggerò“. E poi? Hanno toccato, sfogliato, letto libri (abbiamo una biblioteca di classe) e presentato libri ai compagni ogni giorno, anche con attività rumorose e coinvolgenti come il Book Speed Dating (Incontri lampo con i libri). Hanno iniziato a riflettere e scrivere di ciò che stanno leggendo, annotando pensieri e osservazioni sui loro taccuini del lettore. Pagine e pagine sono state riempite con la loro scrittura e pagine e pagine di libri sono state lette. Ecco in cosa siamo avanti: nel creare in classe una comunità di lettori e di scrittori.
  • Per la scrittura: principale obiettivo era far capire ai miei studenti che scrivere è un modo per esprimere se stessi, che anche a scuola si possono portare i propri vissuti e che si può scegliere. Ridare dunque un senso alla scrittura, andare oltre l’esercitazione scolastica, ma allo stesso tempo far capire che l’insegnante è un maestro di scrittura e che è in classe per aiutare i suoi studenti, fornire consigli, feedback e strategie anche individualmente e per tutto il tempo. E dunque siamo partiti con il racconto autobiografico e con tanti “attivatori” per raccogliere sul taccuino dello scrittore un sacco di semi da far germogliare nella scrittura. Gli studenti hanno scritto le loro poesie “Vengo da” dopo aver ascoltato la mia e quella della mia nipotina della loro età, hanno disegnato le loro mani prendendo spunto dalla mia, hanno scritto liste (i miei posti preferiti, le persone che mi hanno aiutato, ecc).
    La mano di un'alunna di I media

    La mano di un’alunna di I media

    E poi hanno iniziato a scrivere i loro racconti, ciascuno seguendo il proprio processo individuale e scegliendo il proprio argomento. Ed ecco emergere le loro personalità, le loro vite e la scintilla del piacere di scrivere.

  • Per lo studio: prima di iniziare ci chiediamo sempre il senso di ciò che andremo a studiare e ci confrontiamo insieme. Cosa studiano e che senso ha studiare storia o geografia? E poi ci rendiamo conto, ad esempio, di come lavorano gli storici, per prendere coscienza di ciò che sta dietro i manuali usati a scuola. Per me è fondamentale che gli studenti siano motivati e consapevoli del fatto che studiare storia non significa imparare a memoria fatti e date. Per questo inizio spesso con un laboratorio, ideato dal professor Brusa e illustrato nel dettaglio all’interno della guida per l’insegnante del manuale “Il Nuovo racconto delle grandi trasformazioni”, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori. Si chiama “Il tesoretto di nonno Francesco“. L’insegnante si procura una quindicina di fonti storiche di diversa tipologia su un personaggio (oggetti, documenti, fotografie) e chiede ai suoi studenti di osservarle, di ricavarne informazioni, di metterle in ordine cronologico, di fare inferenze e ipotesi fino ad arrivare a redigere un racconto storiografico in cui l’alunno, facendo riferimenti alle fonti stesse, deve cercare di ricostruire la vita del personaggio. E’ un lavoro complesso, articolato, che agli studenti piace moltissimo. Si lavora per competenze con serietà ma con piacere, collaborando con i compagni, ragionando, parlando e scrivendo. E poi, più che a trasmettere contenuti, in questo primo periodo (e sempre) sono interessata a fornire strategie di analisi, sintesi e rielaborazione. Ad esempio abbiamo iniziato a lavorare sul primo approccio al testo del manuale e di ogni manuale: come si fa una lettura esplorativa, come si possono attivare le conoscenze già possedute e fare ipotesi sul contenuto del testo e come si possono creare mappe per studiare. In geografia per lavorare sull’orientamento ho usato anche il gioco: la classica battaglia navale disegnata a mano (in questo caso il digitale non era d’aiuto) per rendersi conto di cosa sia il reticolato geografico e di come fnzioni. Insomma, anche in questo caso, meno contenuti e più lavoro lento sulle competenze.
  • Per la valutazione: prima di valutare insegnare ad autovalutarsi. Questo è il primo anno in cui inserisco in modo massiccio attività di autovalutazione in classe. Prima lo facevo, ma in modo sporadico, ora invece chiedo in continuazione ai miei studenti di autovalutarsi e di riflettere su ciò che fanno e apprendono. Mi sono posta questo obiettivo anche dopo aver ascoltato in settembre un intervento di Daniele Barca (prima DS dell’innovativa scuola di Cadeo, ora a Roma) in cui illustrava i risultati di una ricerca sulle scuole migliori al mondo. Pare che uno dei criteri con maggiore influenza sui risultati sia proprio l’abitudine degli studenti all’autovalutazione. E mi sono messa d’impegno. Ho creato diverse nuove rubric in collaborazione con la mia collega “gemella” Elisa Turrini. Prima di usarle io stessa per valutare le ho mostrate ai miei studenti e ho chiesto loro di compilarle per autovalutarsi sul loro lavoro con il taccuino dello scrittore, oppure per capire come giudicare una mappa creata per studiare storia. Ho addirittura utilizzato le rubric ideate dagli stessi studenti di terza media dello scorso anno. Ad esempio questa sulle mappe. Inoltre è fondamentale condividere le aspettative e i criteri che utilizzeremo noi docenti per valutare, mostrando il processo di valutazione in diretta ai nostri studenti. Usiamo una rubric per valutare il testo di un alunno di un anno precedente, mostrando il tutto alla LIM, ad esempio, e coinvolgendo anche i ragazzi: “Voi quale voce scegliereste tra queste? In questo testo l’organizzazione del pensiero è debole oppure forte e chiara?”. E poi riflessione metacognitiva: “Come ho lavorato oggi? Cosa farò la prossima volta per migliorare?”. Ed è stupefacente come ragazzini di 11 anni siano in grado di fare osservazioni acute e di trovare soluzioni pratiche funzionali da soli. Ecco ad esempio cosa ha scritto Rebecca sul suo taccuino.
    Riflessione di Rebecca sul taccuino

    Riflessione di Rebecca sul taccuino

    Mi rendo conto che con questa modalità gli studenti prendono coscienza e si appropriano sul serio del loro apprendimento. Credo che questa sia l’unica strada per poter compiere effettivi progressi.

  • Per le relazioni e il clima d’aula: fondamentale per poter lavorare bene insieme è creare un clima positivo, di collaborazione, di ascolto, di rispetto fin dal primo giorno. La classe deve essere come un nido e non a caso questo dice un verso della prima poesia che abbiamo letto insieme (Per una scuola che assomigli al mondo  di B. Tognolini). E come costruire questo nido? Prima di tutto facendo lavorare insieme ogni giorno i ragazzi, facendoli collaborare tra loro: i banchi non sono disposti in file ma ad isole, perché anche lo spazio parla. E poi la frase presa dalla mitica maestra e cara amica Alessandra Serra: “Chiedi a tre e poi a me!”. Quindi creare l’abitudine di chiedere aiuto ai compagni e solo come ultima possibilità all’insegnante. E poi mostrando prima di tutto noi insegnanti fiducia e apertura nei confronti dei nostri studenti: mostrarci come persone, raccontarci, chiedere e dare rispetto e ascolto. Mostrare che ciascuno con i suoi vissuti e le sue abilità è accolto e rispettato, attraverso il nostro fare, il nostro atteggiamento, prima di tutto. Attraverso l’assenza di giudizio che si manifesta anche nella sospensione dei voti. Aspettiamo ad usare la penna rossa.
  • Per conoscerli e per far sì che si conoscano. Ho letto ciò che scrivono di loro stessi sui loro taccuini e nei loro racconti, li ho ascoltati parlare di sé, li ho osservati e ho raccolto osservazioni mentre lavoravano in gruppo, ho proposto questionari sulla lettura e sulla scrittura per conoscere i loro gusti di lettori e il loro approccio alla scrittura. Mi sono annotata ciò che ci siamo detti nelle consulenze individuali di scrittura. Ho scoperto tante cose importanti per aiutarli nel loro percorso individuale. Con buona pace dei test d’ingresso.
  • Per la competenza digitale: come avrete notato, non ho finora citato alcuna risorsa digitale. Perché l’integrazione delle tecnologie deve appunto essere tale: un’integrazione trasparente, non forzata. Quando servono si utilizzano e quando non sono utili se ne fa a meno. La nostra è una classe 2.0 in cui ciascuno studente ha il proprio dispositivo in contesto mixed mobile (abbiamo consegnato in comodato d’uso Chromebook e Ipad mini). Gli studenti non hanno alcuna familiarità con l’uso dei dispositivi per l’apprendimento, quindi abbiamo introdotto gradualmente l’uso della piattaforma delle Google Apps For Edu quando c’è stato bisogno di condividere materiali. E’ stato loro mostrato l’utilizzo di Drive e di Classroom dove abbiamo le nostre classi virtuali. E poi, dal momento che abbiamo introdotto le mappe, i ragazzi hanno scelto se utilizzare strumenti digitali come Mindomo e Popplet invece del quaderno. Abbiamo utilizzato più volte Classroom per condividere in modo immediato riflessioni e risultati di un lavoro, commentandoli insieme e mostrandoli alla LIM. Hanno iniziato ad usare Drive per pubblicare e revisionare i loro testi: gli studenti possono vedere i miei commenti e consigli di fianco al testo e rispondere. Ho introdotto i QR code: li abbiamo incollati sul quaderno. Rimandano a documenti condivisi, a mappe o altro per avere un facile accesso alle risorse e per evitare un consumo eccessivo di carta per le fotocopie. E soprattutto stiamo affrontando l’aspetto educativo: quando qualcuno parla, gli occhi di chi ascolta sono su di lui/lei e non sullo schermo, ad esempio. E mano a mano che si presentano, affrontiamo le questioni vivendole e interrogandoci. Perché sono convinta che non possiamo educare ad un uso sicuro del digitale, delle tecnologie solo ponendo limitazioni e divieti ma soprattutto utilizzandoli fianco a fianco con i ragazzi in modo costruttivo e creativo.

E voi? Mi raccontate cosa non avete fatto nel primo mese di scuola?

13 azioni per dare nuova vita agli esami di terza media

Pubblicato il 27 luglio 2015

Dopo aver raccontato la storia degli esami di quest’anno, molto più vivi ed entusiasmanti rispetto a quelli precedenti, ho pensato: ma cos’abbiamo fatto e come si potrebbe replicare in futuro questa specie di magia?
E ho raccolto una lista di azioni, trasformate in consigli. Naturalmente la mia collega e amica Ilenia, essendo una sintetica prof. di Matematica, mi ha pesantemente presa in giro per la prolissità: “Ma come, sono un po’ pochini… Solo 13?”
Va bene, sono tanti, ma si tratta di suggerimenti pratici. Alcuni sono di semplice attuazione e forse all’apparenza banali, altri richiedono una preparazione e un impegno notevoli, ma hanno un impatto significativo, non solo sugli esami ma sulla didattica in generale.

Presentazione per 'esame di daniele

Presentazione per ‘esame di Daniele

Eccoli:

  1. Creare occasioni nel corso dell’anno in cui gli studenti siano invitati a parlare in pubblico (genitori, altri studenti o insegnanti, ma non solo). Un esempio: gli studenti della nostra 3^D ad inizio d’anno sono stati invitati a esporre alcune loro proposte sul tema “La scuola che vorrei” ai docenti in un momento formale.
  2. Lavorare nel corso dell’anno il più possibile in collaborazione con i colleghi, almeno per uno o due progetti (lo so, lo so, è scontato, ma non è la norma e per l’esame è particolarmente importante).
  3. Coinvolgere nel corso dell’anno i ragazzi in modo attivo anche in progetti affrontati con la metodologia del Project Based Based Learning: questo li aiuta e li prepara all’esame -e alla vita- in molti modi diversi.
  4. Introdurre la genius hour, cioè un momento a cadenza regolare in cui gli studenti possano dedicarsi ad approfondire una loro passione, o progetti affini in cui gli studenti possano partire da un loro interesse (io ho utilizzato l’unità sul testo espositivo in cui i ragazzi hanno prima letto e poi scritto di un argomento che li intrigava o incuriosiva).
  5. Condividere con convinzione e non solo in modo formale in consiglio di classe con i colleghi i criteri per la conduzione dell’esame, anche ricordando la normativa: l’orale non deve essere un’interrogazione e un fuoco di fila di domande e serve per far emergere competenze, non tanto per verificare conoscenze. Specificare come si intende procedere in modo molto chiaro ed esplicito e discutere per arrivare ad una modalità condivisa.
  6. Per il colloquio permettere ai candidati di partire dall’esposizione di un percorso multidisciplinare che abbia come punto di partenza un loro interesse effettivo che non sia necessariamente un argomento curricolare. Il percorso non dovrà per forza toccare tutte le discipline e i collegamenti non saranno forzati.
  7. Permettere ai candidati di esporre con il supporto di una mappa o presentazione multimediale (ma prima devono essersi esercitati anche in classe e devono aver sviluppato la competenza).
  8. Dare indicazioni pratiche e fornire esempi di lavori passati agli studenti in modo che siano guidati nella costruzione dei loro percorsi e dedicarvi tempo anche in classe. Lasciare che gli studenti si aiutino a vicenda e collaborino nella creazione delle mappe.
  9. Guidare gli studenti a creare, prima dell’esame, i loro Portfolio con i lavori significativi svolti nel corso dell’anno, anche con strumenti digitali.
  10. Ricordarsi di far portare in classe o di raccogliere prima dell’esame i prodotti “artigianali” (elaborati pittorici, plastici e altro) significativi creati dai ragazzi nel corso dell’anno e farli commentare ai ragazzi durante il colloquio: molto meglio infatti partire da un prodotto per richiamare anche conoscenze che non da una domanda diretta su un contenuto.
  11. Valorizzare nel corso del colloquio le esperienze fatte nel corso dell’anno dai ragazzi (non sempre strettamente scolastiche) e partire da queste per un discorso più ampio.
  12. Ricordarsi anche nel corso del colloquio di dare spazio alla riflessione metacognitiva sul percorso svolto e all’autovalutazione.
  13. Invitare i colleghi ad intervenire nel corso del colloquio anche durante l’esposizione di argomenti che non riguardano direttamente la disciplina di pertinenza in modo che si cerchi di creare un flusso e che il colloquio si configuri come una conversazione e non come un quiz.

Per avere spunti pratici, vi lascio anche i link ad alcune presentazioni multimediali utilizzate dagli studenti nei loro colloqui:

Glee di Giulia M.
A partire dalla serie televisiva che ha come protagonisti alcuni ragazzi considerati “diversi”, si affronta il tema del diverso e della sua persecuzione nella storia (nazismo), si parla di un famoso loser e nerd, cioè Leopardi, della pop art, prendndo spunto dalla locandina della serie, degli USA come luogo in cui è ambientata la vicenda, della genetica

Hunger Games di Nada:  a partire dalla trilogia distopica si affrontano il genere della fantascienza in italiano, la colonna sonora del film in musica e poi alcuni altri argomenti a partire da citazioni dai libri: apparato digerente in scienze, il carbone e le miniere in tecnologia (tipici del distretto di Katniss, la protagonista), i totalitarismi in storia e in lingua, il Nord America, la corsa in motoria (attività più utile all’interno degli Hunger Games), il futurismo in arte.

Il canto di Aurora:  Aurora è appassionata di canto e il suo percorso tratta l’argomento in modo approfondito, a partire dal testo espositivo che ha scritto.

Portfolio digitale di Aurora

Portfolio digitale di Aurora

Le Rivoluzioni di Matteo:  Matteo ha deciso di portare questo percorso perché quest’anno a scuola ha vissuto una rivoluzione causata dall’arrivo di una nuova prof. e dall’avvento di una nuova (parzialmente) metodologia a cui ha dovuto abituarsi, pur non essendo un amante del cambiamento. Si parla di diverse rivoluzioni, tra cui quella copernicana, quella del Rock’n roll, quella americana, quella del salto in alto e quella industriale.

Rebecca Donovan di Giulia Ma.: a partire da una scrittrice molto amata, Giulia descrive un progetto realizzato in classe e in collaborazione con la biblioteca, chiamato Q-recensiamo, in cui i ragazzi hanno creato delle recensioni digitali. Poi il percorso tocca altri argomenti in diverse discipline, a partire sempre da temi o citazioni tratti dai romanzi della scrittrice.

Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo di Camilla: a partire dalla saga letteraria trasformata in film e che si richiama alla mitologia greca, un percorso che tocca la corrente del Neoclassicismo (arte), il cinema e le sue caratteristiche (italiano), la colonna sonora in musica, Parigi città neoclassica in francese,i mezzi di comunicazione di massa e la società di massa in storia, gli USA come luogo in cui è ambientata la vicenda della saga.

Scatola dell’identità e sport di Sofia: Sofia parte illustrando un prodotto realizzato con il professore di arte, vale a dire la scatola dell’identità (una scatola di cartone decorata e realizzata per rappresentare in modo creativo l’identità di ogni studente) per poi andare a trattare uno degli argomenti che rappresenta una passione per Sofia: lo sport.

Steve Jobs di Daniele: partendo dal suo amore per la tecnologia e la Apple in particolare, Daniele tocca diversi temi, tra cui la globalizzazione, processo che ha subito una grossa accelerazione proprio grazie alla rivoluzione tecnologica, di internet e del digitale.

Ed infine i link ad alcuni portfolio digitali. Per crearli noi abbiamo utilizzato lo strumento gratuito Blendspace, facile e veloce da imparare. Se cliccate su ogni risorsa, in alto a destra troverete la descrizione dell’attività:

E voi, quali consigli offrireste a chi vuole resuscitare gli esami di terza media?

 

 

Cronaca di un esame che ci ha stupito

Pubblicato il 15 luglio 2015

Esami di terza media. Aiuto! Momento terribile e temutissimo, non solo per gli studenti ma anche per gli insegnanti. I ragazzi si trovano a dover affrontare sei scritti e un colloquio orale, i docenti sono costretti a lavorare in team come non sono abituati a fare e spesso emergono tensioni, modi diversi di intendere la scuola e l’insegnamento.

Inoltre questo farraginoso esame dà molto peso alle intelligenze logico-matematica e linguistica e poco a tutto il resto. Non semplice riuscire a far emergere le competenze degli studenti e le loro potenzialità come persone, come individui in crescita.
esami_canva
Ma quest’anno è stato diverso.

Sono ancora colma delle emozioni che i nostri ragazzi ci hanno regalato. Ci hanno stupito, commosso, elettrizzato. Ho visto lacrime brillare negli occhi di insospettabili e rigorosissimi colleghi.

Voglio raccontare qui perché per me è stata una conferma, perché forse siamo sulla strada giusta e voglio condividerlo, darne testimonianza e soprattutto dare soddisfazione ai miei studenti e ai miei colleghi.

Cosa ha prodotto il cambiamento?

Ovviamente non si tratta solo dell’esame ma del percorso nel suo insieme. Sarebbe però impossibile riprendere il discorso sulla didattica e sull’approccio alla scuola in un breve articolo, quindi vorrei piuttosto concentrarmi su semplici osservazioni legate proprio alla conduzione dell’esame.

Intanto i percorsi multidisciplinari.

La II guerra mondiale, il Giappone, le centrali nucleari: vi suonano familiari come argomenti? Potreste per caso e dico per caso averli sentiti esporre almeno dieci volte nel corso degli ultimi colloqui?

I colleghi della scuola Fermi di Rubiera, pronti anche loro a trovarsi di fronte i soliti percorsi, ormai imparati a memoria, sono invece rimasti leggermente strabiliati: qui si è parlato di Glee (sì, la serie televisiva, proprio quella!) e della persecuzione del diverso nella storia, di Rivoluzioni (tra cui la rivoluzione del Rock’n roll), di Rally, di Steve Jobs, di atletica, di canto, di calcio, del linguaggio segreto dei fiori, di tanti libri, di moto GP, di cucina, di rap, di social Network, di produzione musicale, di DJ e chi più ne ha più ne metta. Perché? Perché gli interessi dei nostri studenti sono molti e variegati e perché se li lasciamo scegliere ci stupiranno.

Noi li abbiamo lasciati scegliere. Abbiamo voluto che il percorso d’esame fosse costruito a partire da una loro passione, senza forzare i collegamenti con i contenuti curricolari. Ma i ragazzi hanno dimostrato di riuscire a trovare punti di contatto fra la loro vita e le discipline imparate a scuola, hanno dimostrato la competenza di riuscire a vedere le intersezioni e di riuscire a spiegarle anche a 8 professori in ascolto.

Hanno dunque dimostrato che il gap fra scuola e vita non è incolmabile come crediamo.

E anche la gestione del colloquio diventa automaticamente e quasi magicamente più fluida, proprio come nelle intenzioni del legislatore sarebbe dovuta essere. E non si riduce a quella somma di interrogazioni/interrogatori distinte/i nelle varie materie che invece ci è familiare.

Perché? Perché anche gli insegnanti divengono più partecipi, si inseriscono nel colloquio non solo quando viene citata la loro disciplina ma quando viene toccato uno dei loro interessi, perché non si parla sempre delle solite materie che normalmente la fanno da padrona, perché il tutto è più vivo e meno forzato.

I ragazzi, a cui già nel corso dell’anno sono state offerte occasioni di parlare in pubblico e di esercitarsi ad esporre con il supporto di una presentazione multimediale, sono mediamente più sciolti e questo anche grazie alla passione che hanno potuto mettere nella preparazione del percorso. E quella passione si è vista, si è percepita tutta.

Aurora ha esordito cantando a cappella. Matteo per illustrare il suo percorso aveva preparato, oltre al tipico Prezi, un lapbook che si srotolava su tre banchi almeno, unendo digitale e artigianale. Giacomo sembrava un presentatore professionista per la scioltezza con cui parlava di fronte ad un pubblico in un momento carico di emotività. Samuele era irriconoscibile e la timidissima Giulia non ha incespicato una sola volta. Sofia ci ha mostrato un video realizzato con Powtoon in cui ha creato rime per ogni docente: il suo modo per dirci grazie con umorismo e creatività. Samantha ha regalato un fiore con un messaggio ad ognuno. I ragazzi si sono svelati attraverso i loro testi che hanno letto con emozione, attraverso le loro opere, attraverso gli sguardi non sempre timorosi ma spesso carichi di aspettativa, di desiderio di esprimersi, di dare il meglio di sé.

Il mio stimatissimo collega di arte ha parlato di “sforzo cosciente per rendere la didattica non solo luogo di apprendimenti astratti ed asettici, ma al contrario “sporchi” (e quindi ricchi) di emotività e dell’individualità di ogni ragazzo”.

E così è stato: ogni studente ha espresso se stesso, ha dato prova di sé, al di là di voti e di medie aritmetiche.

Per far emozionare anche voi, riporto i paragrafi conclusivi della lettera di Aurora rivolta a tutti i suoi insegnanti:
Questi tre anni sono stati, a dir poco, magnifici. Non saprei definirli in una sola parola. Il primo giorno di medie, non vedevo l’ora di cominciare questa avventura. Ed ora che è giunta al termine, mi sento davvero uno straccio. Non voglio lasciare questa scuola, non voglio lasciare i miei compagni e non voglio lasciare voi. Mi avete insegnato tantissime cose, non solo nell’ambito scolastico. Mi avete aiutata in ogni momento e sopportato ogni mio difetto. Vedete, la scuola mi è sempre piaciuta un sacco. Ogni mattina, ho voglia di andare a scuola. Odio annoiarmi e mi piace imparare ad imparare. E quindi vi ringrazio per tutto ciò che mi avete insegnato, per ogni piccola perla che avete condiviso con me. C’è che mi ha insegnato a fare le equazioni, chi mi ha insegnato l’Inglese e il Francese. C’è chi mi insegnato l’Arte, chi mi ha parlato di ogni religione del mondo. C’è mi ha insegnato a giocare a pallamano, basket e pallavolo e c’è chi mi ha spiegato da dove viene l’elettricità che utilizzo tutti i giorni. Ed infine, c’è che mi ha regalato un’enorme passione: la scrittura. Quelle persone siete voi. Voi avete passato 5 ore insieme a me, ogni giorno. Voi avete donato il vostro tempo a me, ogni giorno. In tanti modi diversi, vi siete presi cura di me. E per questo vi ringrazio. Non smetterò mai di ringraziare ognuno di voi. Vedete, la maggior parte degli alunni vede i Professori come creature mostruose, capaci di rovinargli l’esistenza. Ed è proprio questo il problema: la maggior parte degli alunni non si rende conto che un Professore è una delle persone più importanti della tua vita. Perché è proprio lui che ti insegna a crescere, che ti insegna delle cose che non sai, che ti insegna a vivere.

E pensare che l’ha scritta prima dell’esame e letta ad alta voce durante il colloquio!

Premio Nobel alla maestra di scrittura Nancie Atwell

Pubblicato il 16 marzo 2015

Global Teacher Prize winner Nancie Atwell Versione ad alta risoluzione

Nancie Atwell ha appena vinto quello che chiamano il Premio Nobel degli insegnanti, il Global Teacher Prize. Ne sono felicissima per tante ragioni. Prima fra tutte: è la mia maestra e sono orgogliosa come solo un alunno lo potrebbe essere.

Grazie a lei ho cambiato radicalmente il mio stile di insegnamento. Primo responsabile è stato un suo libro: In the middle: New Understandings About Writing, Reading, and Learning in cui l’autrice illustra la sua modalità di conduzione del laboratorio di scrittura e lettura.

Quando l’ho letto, un’estate di 7 anni fa, ho avuto una sorta di epiphany e mi sono detta: è così che voglio insegnare la scrittura e trasmettere la passione per la lettura ai miei alunni. E sono partita subito con la sperimentazione.

Da allora sono passati anni, tanti alunni-scrittori e quasi altrettanti libri che ho studiato, annotato e fatto miei. Della Atwell e di tanti altri maestri di Writing e reading workshop a cui sarò sempre grata.

E dall’anno scorso ho l’onore di poter condividere con altri insegnanti attraverso incontri e corsi di formazione questo metodo di cui ci siamo fatti pionieri e portavoce in Italia e che finalmente riceve un imprimatur a livello mondiale. Sono felice di poter dare questa notizia a quei colleghi che si sono fidati e hanno iniziato coraggiosamente a sperimentare con i loro studenti.

Ma funziona?

Penso che la migliore risposta possa venire dalle parole stesse dei ragazzi, quelle scritte durante il laboratorio, perché Writing and reading workshop vuol dire prima di tutto dare spazio in classe con regolarità a lettura e scrittura.

Quindi vi propongo un esempio, a mio parere significativo. E’ un brano di A.D., un alunno dislessico che ha trovato la sua voce anche nella scrittura e di cui sono molto fiera per i passaggi che ha compiuto. Sono convinta che non si sarebbe potuto esprimere così se fosse stato costretto a seguire una traccia imposta e se si fosse trovato in un ambiente dove la scrittura è un mero esercizio scolastico. Parla della sua grande passione, il calcio, ma lo fa con maestria da scrittore, usando alcune tecniche che abbiamo studiato insieme in classe, osservandole in testi letterari. Qui il brano completo.

Questo invece lo stralcio di una mail che mi hanno spedito altre due mie alunne proprio ieri:

“Cara prof,
le scriviamo per chiederle una cosa molto importante e, forse, anche un po’ insolita.
Ci è venuta in mente un’idea che, per noi, sarebbe molto carina e “nuova”.
Dato che ha capito da tempo che a noi piace moltissimo il laboratorio scrittura e lettura, pensavamo di…
Non troviamo le parole.
OK, basta. Lo dobbiamo dire.
Noi vogliamo… scrivere un testo insieme a lei!
Oh, che liberazione!
Quindi… già. Ci piacerebbe davvero tanto poter scrivere un testo in collaborazione con lei.”

Ecco: due alunne di terza media che amano la scrittura e il laboratorio e così tanto da voler addirittura scrivere a sei mani con la loro insegnante. Anche questo sarebbe stato direi impossibile in un contesto diverso.

Ancora: un’altra alunna, non sollecitata ovviamente, mi ha inviato un messaggio e ve lo riporto. Il contesto: l’educatore che conduceva un incontro su affettività e sessualità ha dato 10 minuti ai ragazzi perché scrivessero su un foglio le loro domande e le loro riflessioni su questo tema caldo, anzi, bollente. E I.K. mi riferisce soddisfatta: “Buongiorno prof! Volevo dirle una cosa in classe, ma non ho fatto in tempo. Io, prima che incominciassimo il laboratorio di scrittura, non riuscivo a esprimere o far capire ció che volevo dire con le parole o scrivendolo, e dovevo pensarci per molto tempo prima di scrivere qualcosa; mentre oggi ho scritto su quel foglio tutto ció che avevo da dire in 10 minuti e riuscendo ad inserire un mio commento e pensiero personale. Grazie davvero! Credo che mi sia servito!”

E’ chiaro che non vi sto elencando i risultati di uno studio scientifico o una ricerca su un campione statistico ampio. Vi ho voluto soltanto riportare alcune testimonianze che mi hanno commosso in questi giorni e di cui ringrazio i miei splendidi alunni.

Perché insegnare è anche emozionare ed emozionarsi. Insegnare nel laboratorio di scrittura ancora di più. Soprattutto attraverso le parole.